Montiincittà

Incetta di premi per gli studenti dell’Istituto Ugo Patrizi di Città di Castello che hanno partecipato al concorso letterario bandito dal CAI “La montagna nella letteratura italiana “. Un tema di forte attualità su cui la Sezione tifernate del Club Alpino Italiano ha chiamato a confrontarsi i ragazzi della Scuola Secondaria di Secondo Grado per riportare l’attenzione non solo sulla cronaca ma anche sugli aspetti editoriali e letterari legati al tema della montagna . Primo, secondo e terzo premio oltre ad una menzione speciale per i saggi presentati dai ragazzi del biennio e triennio agrario sia tecnico che professionale coordinati dalle insegnanti di lettere Simona Allegria, Elisa Ercolani, Serena Pelli e Valentina Pieracci assieme al Dirigente Scolastico Marta Boriosi.

Di seguito riportiamo il tema vincitore del concorso, scritto da I. Robellini della classe 4AP.

I sapori della montagna: bellezza e sfida

“Vorrei già fosse l'alba di domani per potermi tuffare là dentro alla ricerca della via che porta alla vetta. Sono stranamente felice come non lo ero da molto tempo e persino un po' euforico, forse perché mi sento finalmente nel mio elemento”. Queste le parole con cui il noto scrittore e alpinista Walter Bonatti descrive, nell’opera “La montagna scintillante”, la conquista del Gasherbrum IV ad opera della spedizione italiana organizzata dal CAI nel 1958 a cui lui stesso prese parte. Dal testo si evince chiaramente la promiscuità dei sentimenti provati da una persona che alla montagna ha aperto il proprio cuore. Felicità, intesa come bellezza delle cose, e sapore di una sfida verso qualcosa che è molto più grande e profondo di noi e che ha da sempre avuto il potere di affascinarci.

Storicamente l’uomo ha sempre cercato, tramite le sue arti, di comprendere e descrivere la montagna; tuttavia solo recentemente alcuni studiosi si sono interrogati sul ruolo che essa ha ricoperto nella letteratura, soffermandosi sostanzialmente sulla produzione moderna e giungendo a conclusioni differenti. Nel saggio “Montagne in letteratura” Franco Brevini riflette sul fatto che nonostante le Alpi si trovino in Italia la letteratura che le riguarda si sia diffusa maggiormente in altri paesi europei come l’Inghilterra, a partire dal XVIII secolo, piuttosto che nel nostro, in cui bisogna aspettare il Romanticismo. La motivazione, a suo parere, potrebbe essere legata al fatto che i grandi centri di cultura sono sempre sorti vicino al mare e che il mare stesso abbia da secoli suscitato una attrattiva maggiore rispetto alla montagna. Tuttavia, come si è preoccupato di riportare efficacemente Camillo Giorgeschi nella sua tesi di laurea “Le montagne nella letteratura italiana”, alcuni scrittori del ‘900 che hanno vissuto in montagna hanno deciso di documentare la loro esperienza parlando della propria vita, aprendo dunque un panorama su un argomento finora molto discusso ma in realtà poco esplorato ed approfondito.

La montagna risulta essere infatti uno dei luoghi più romantici e mortali al tempo stesso. Raramente si trovano in natura, o quantomeno la montagna ne è uno degli emblemi, luoghi che possono donare la più sensibile pace, e parallelamente, nell’arco di pochi minuti, porre l’uomo in stato di grave pericolo. É questo uno dei motivi per cui per lo stesso elemento l’uomo ricorre ai più differenti aggettivi, a volte addirittura contrapposti. Una delle tante parole per descrivere l'imponenza della montagna è armonia. La sua bellezza viene offerta davanti ai nostri occhi ogni giorno, stagione dopo stagione, cosicché possiamo coglierne tutto lo splendore. Alberi ed arbusti sono presenti in ogni dove e talvolta vengono sottovalutati dall’uomo, troppo spesso ignaro del loro valore. Quelle "semplici" piante che ogni giorno calpestiamo e strappiamo, sentendoci qualche volta addirittura in colpa ed ignorando l’indifferenza di questo titano che ogni giorno ci osserva calpestarli ridendo dei nostri stessi sensi di colpa. La montagna rimane lì e nonostante le sue bellezze, le sue provocazioni, i suoi pericoli è così immensa da evocare, nell’immaginario comune e nella maggior parte dei casi, l’idea di neve e vacanze invernali. La montagna d’estate apre nuovi ed interessanti orizzonti da esplorare con famiglia, amici, è capace di saziare di emozioni profonde, con la magnificenza delle vette che si innalzano fino al cielo, dei prati macchiati da fiori dai mille colori e mille profumi.

Montagna è fascino perché è anche opposto di città, essa ammalia, esprime potenza, coinvolge e trascina l'uomo a scoprirne tutti i segreti e a ritrovare sé stesso; un mare in verticale dalle bianche e altrettanto spumeggianti onde. A tal proposito lo scrittore e alpinista Mauro Corona nell’opera “I misteri della montagna” afferma: “Le montagne hanno i loro segreti e i loro sogni. E tante storie da raccontare. Come il mare, anche lui è pieno di storie affondate. Molte le hanno raccontate scrittori immortali, creando a loro insaputa la grande epopea del mare. La montagna […] non ha avuto identica fortuna. Per lei non è sorto un Omero o un Melville. Nemmeno un Conrad o un Hemingway. […] La montagna non ha una letteratura epica ed è un peccato. Però ha le storie. Tante. Segreti e misteri da scoprire e svelare”. Pertanto si potrebbe dire che mare e montagna abbiano molto in comune: entrambi celano un’enorme quantità di misteri da scoprire, di storie da raccontare e di avventure da vivere e anche se siamo stati abituati a leggere tendenzialmente racconti in cui è il mare a fare da sfondo, ciò non vuol dire che la montagna sia un’alternativa meno degna.

L’amore per la montagna, tuttavia, non è un sentimento facile. Non è semplice da comprendere soprattutto per coloro che non l’hanno mai vissuta intensamente, che non hanno percorso un sentiero per ore senza vedere mai la fine, che non hanno dovuto centellinare l’ultimo sorso d’acqua.

Questo perchè la montagna è un luogo puro, genuino, ancestrale, con una potente energia ispiratrice. Niente può liberare creatività e fantasia come l’essere in mezzo alla natura più incontaminata e sublime, ai profumi di bosco e terra bagnata, ai sentieri che si perdono tra i profili acuminati. A tal proposito la montagna è stata descritta da alcuni scrittori addirittura come un elemento vivo, dotato di vita propria. A buon diritto lo scrittore Paolo Cognetti nell’opera “Le otto montagne” afferma: “Il lago era un cielo notturno in movimento: il vento spingeva da una riva all'altra folate di piccole onde, bagliori di stelle che si disponevano sull'acqua nera […] Restavo immobile a osservare quei disegni. Mi sembrava di riuscire a cogliere la vita della montagna quando l'uomo non c'era. Io non la disturbavo, ero un ospite ben accetto; allora sapevo di nuovo che in sua compagnia non mi sarei sentito solo”.

Dopo aver esaminato tale argomento sembra interessante approfondire l’aspetto della montagna vista come sfida. Con i suoi silenzi ma anche la sua voce possente, una frana, ululati, un ruscello che scorre, il grido di un'aquila, è uno stimolo a misurarsi, non un traguardo da raggiungere per forza. Poter dire “Io posso farlo”, serve a dimostrare a sè stessi quali sono le proprie capacità. Molti scalatori sono stati attratti dal voler esplorare luoghi del mondo remoti, isolati ed impervi, hanno provato ad aprire nuove vie, battere nuovi record perlustrando sentieri rimasti fino ad allora inviolati. Tra questi va sicuramente ricordato Walter Bonatti, che nelle sue opere non si limita a raccontare e basta le sue esperienze da scalatore, ma le arricchisce di commenti e riflessioni. Le montagne dunque diventano oggetto solo parziale dei suoi racconti, diari e reportage che ora concentrano maggiormente l'attenzione sulla descrizione di luoghi, sensazioni, esperienze e popoli incontrati. Bonatti documenta la fatica della scalata, le incomprensioni all’interno della squadra e la soddisfazione per aver raggiunto la vetta, racconta di come il rischio accompagni lo scalatore nel suo viaggio; così ce lo descrive Giorgeschi: “La montagna viene così concepita come terreno vitale dove poter sentire il brivido dell'esistenza, in questo caso attraverso la sfida sportiva. Descrivendo la montagna Bonatti, come si è detto, cerca di fotografare sulla pagina ciò che vede e sente riuscendovi in maniera del tutto straordinaria, tanto che a volte il lettore può avere l'impressione di non leggere più un diario ma una vera e propria opera narrativa”. Bonatti nei suoi diari si dichiara convinto che l’uomo si sia allontanato dalla propria natura, a causa di una irrefrenabile dinamica di modernizzazione ed urbanizzazione che, se da un lato ha migliorato notevolmente la vita dell’uomo moderno, sotto molti punti di vista, lo ha però allo stesso tempo reso meno abituato a vivere in modo naturale e a contatto con la natura. Afferma infatti nella sua opera “In terre lontane” che “Pur riconoscendo che il nostro destino di uomini progrediti è irreversibile, e giustamente volto in avanti, penso tuttavia che mai dovremmo abbandonare la nostra origine, mai dovremmo tagliare quel ponte che ci unisce al passato”: esiste infatti un legame indissolubile tra l’uomo e la natura che con il passare del tempo si sta affievolendo e che invece andrebbe assolutamente recuperato. É la “Montagna” dunque che spinge Bonatti negli angoli più remoti del pianeta per cercare di recuperare questo antico stato di natura o è l’animo di Bonatti che, in cerca di questo “naturale recupero”, cerca la “Montagna”?

La risposta non è importante perché in qualunque modo la si veda ciò che comunque prevale è la bellezza e lo spirito della sfida, in questa eterna sfida tra la passione umana e l’indomabilità della natura.

 


Pubblicata il 04 novembre 2019

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